Cate Blanchett: “Trovare punti di connessione con le mamme rifugiate”

“Una potente sostenitrice dei diritti delle donne nel mondo, che siano registe sottorappresentate o madri rifugiate.” Così la rivista americana Harper’s Bazaar definisce Cate Blanchett, alla quale ha assegnato a fine ottobre il riconoscimento di “Donna dell’Anno 2019”. L’attrice australiana non è certo nuova ai premi: finora ha conquistato due Oscar (per The Aviator e Blue Jasmine, su sette nomination), tre Golden Globe e una Coppa Volpi al Festival di Venezia. Questa volta, però, non è stata premiata la sua bravura di attrice, ma il suo impegno a favore di tutte le donne, dentro e fuori dal set.

In un lungo ritratto, il magazine ricorda le battaglie più recenti di Cate Blanchett: ha fatto sentire la sua voce nelle campagne dei movimenti #MeToo e Time’s Up, contro le molestie sessuali e la violenza sulle donne, e nel 2018, come presidente della giuria del Festival di Cannes, ha colto l’occasione per guidare una protesta contro la stessa organizzazione del festival, accusata di non dare abbastanza spazio alle registe (solo 82 in totale, contro i 1600 colleghi uomini).

Cate Blanchett afferma di essere sempre stata affascinata dalla storia del femminismo e dalla lotta delle donne per i propri diritti, forse perché – orfana di padre a 10 anni – è cresciuta in una famiglia tutta al femminile, con la sorella, la nonna e la mamma, che, sottolinea, era “single e lavoratrice, il mio modello”. E più volte ha rinunciato a ruoli di attrice, perché la produzione non garantiva la parità di compenso tra uomini e donne.

Ma il suo impegno sociale non si limita al mondo di Hollywood. Nel 2016 Cate Blanchett viene nominata ambasciatrice di buona volontà dell’UNHCR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati: visita i campi profughi in Libano e Giordania e diventa testimonial della campagna #WithRefugees, per chiedere ai governi di garantire alle famiglie dei rifugiati un posto sicuro, un lavoro e l’educazione per i figli. “Quando ho iniziato, c’erano 61 milioni di profughi nel mondo e in pochi anni sono diventati 70, una crisi di proporzioni enormi”, precisa Cate.

L’anno scorso ha visto di persona il dramma del popolo Rohingya, che ha dovuto lasciare il Myanmar per sfuggire alla violenze dell’esercito, accusato dall’ONU di genocidio, e che ora vive in sterminati campi profughi in Bangladesh; l’attrice afferma di non riuscire a dimenticare le storie delle donne e dei bambini che ha incontrato. Anche in questa esperienza di ambasciatrice UNHCR pesa molto il suo vissuto personale: Cate e suo marito, lo sceneggiatore Andrew Upton, hanno adottato nel 2015 la piccola Edith e ora hanno quattro figli dai 4 ai 18 anni. “Io sono madre”, ha detto ancora, “e ho visto i miei bambini negli occhi di ogni bimbo che ho incontrato.”

Per questo motivo Cate Blanchett sostiene di voler “trovare dei punti di connessione con le madri rifugiate”, perché tutte le mamme, in qualunque parte del mondo, hanno in comune la preoccupazione e la speranza per i propri figli.

Che cosa pensi dell’impegno sociale dei personaggi dello spettacolo? Scrivilo nei commenti a questo articolo oppure condividi la tua opinione nella nostra comunità di mamme.


'Cate Blanchett: “Trovare punti di connessione con le mamme rifugiate”' non ha commenti

Vuoi essere il primo a commentare questo post?

E tu che ne pensi?

Il tuo indirizzo mail non verrà pubblicato.

Mamme in azione