Hikikomori, i ragazzi che si chiudono in casa

Quando arriva il momento di andare a scuola mi viene un’ansia insopportabile.”
In vita mia non sono mai uscito con gli amici.
Io non ho sogni, obiettivi, speranze verso questo futuro.”

Così raccontano la loro vita i ragazzi hikikomori: non giapponesi, ma italiani. Dal Giappone – il termine significa “stare in disparte” – il fenomeno dei giovanissimi che si isolano volontariamente dalla vita sociale si sta estendendo a tutto il mondo occidentale e anche in Italia sta diventando preoccupante: si stima che nel nostro Paese ci siano almeno 100 mila casi. Un dato che ha spinto la Caritas di Roma a lanciare un progetto, finanziato con i fondi 8×1000 della CEI, per studiare questo fenomeno e dare sostegno alle famiglie coinvolte. L’iniziativa, partita il 1° dicembre scorso, è in collaborazione con l’Associazione Hikikomori Italia, alla quale sono iscritti migliaia di genitori e parenti di ragazzi con problemi di isolamento sociale.

Chi sono gli hikikomori? Sono ragazzi, soprattutto maschi (ma si ritiene che il numero delle ragazze sia sottostimato), che decidono di ritirarsi dalla vita sociale e si rinchiudono nella propria camera, evitando qualunque contatto con il mondo esterno, per un periodo che può durare da qualche mese a parecchi anni.
Dalla prima indagine statistica effettuata su questo fenomeno in Italia, condotta su 228 genitori dell’Associazione e riportata nel libro Hikikomori, i giovani che non escono di casa, emerge che i primi segnali di isolamento si manifestano intorno ai 15 anni e che la maggior parte dei ragazzi hikikomori risulta ritirata da oltre tre anni, con un’età media intorno ai 20 anni. Quasi per tutti, il momento cruciale è il passaggio dalle scuole medie alle superiori.

Diverse sono le cause di questo fenomeno. Molto dipende, innanzitutto, dal carattere, perché spesso questi ragazzi sono molto intelligenti, ma anche introversi e sensibili, e hanno difficoltà a instaurare e mantenere relazioni sociali e ad affrontare i problemi quotidiani. Possono incidere anche situazioni familiari come l’assenza emotiva del padre e l’eccessivo attaccamento alla madre e anche il fatto che i genitori non sanno come interagire con il figlio o figlia, che in genere rifiuta qualsiasi aiuto. Molto spesso l’hikikomori deriva problemi con l’ambiente scolastico e da storie di bullismo: il rifiuto di andare a scuola è uno dei primi segnali di allarme. Infine, una visione negativa della società, di cui i ragazzi respingono soprattutto le pressioni di realizzazione sociale, come prendere bei voti a scuola, avere un ragazzo o una ragazza, essere attraenti, trovare un lavoro. In questo modo, gli hikikomori arrivano a rifiutare tutto ciò che comporta la vita sociale, isolandosi e richiudendosi in se stessi.

Per analizzare a fondo il fenomeno è importante anche capire che cosa non è l’hikikomori:

  • non è dipendenza da Internet: l’uso del computer e del web non è la causa dell’isolamento, ma la conseguenza;
  • non è depressione: non è una malattia e non deriva da altre patologie psicologiche;
  • non è fobia sociale o un disturbo d’ansia.

Come afferma Marco Crepaldi, fondatore e presidente dell’Associazione Hikikomori Italia e specializzato in psicologia sociale e comunicazione digitale, è fondamentale la prevenzione: appena si manifestano i primi segnali, “i genitori devono cercare di aumentare i momenti di comunicazione con il figlio, provando a indagare a fondo quali siano le motivazioni intime che provocano i comportamenti di isolamento”; quando si ha la percezione di un peggioramento, è fondamentale cercare subito l’aiuto di un professionista.

Per aiutare genitori e familiari, l’Associazione Hikikomori Italia organizza incontri con esperti a livello locale e ha un gruppo Facebook per raccontare le proprie esperienza e darsi sostegno reciproco.

Se conosci o hai affrontato casi di hikikomori e vuoi condividere la tua esperienza per aiutare altre mamme, ti invitiamo a farlo nei commenti o nella nostra comunità Mamme Attive.


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