Lavoratrici madri: tanti diritti, ma spesso ancora negati

È di qualche settimana fa la notizia della lavoratrice di Como mobbizzata e minacciata dalla sua azienda perché aveva avuto il secondo figlio. Non certo un caso isolato, purtroppo: il giorno dopo l’articolo che ne aveva parlato, al Corriere della Sera sono arrivate decine di racconti analoghi di madri discriminate sul luogo di lavoro. E in Emilia-Romagna il 65 per cento delle mamme lavoratrici rischia di perdere il posto dopo il parto o anche prima, secondo i dati presentati la settimana scorsa dalla conferenza delle donne elette alla Regione.

La cronaca è piena di storie di mamme lavoratrici che vedono negati i propri diritti, nonostante la maternità sia tutelata per legge. Spesso le donne con figli preferiscono addirittura lasciare il lavoro, o vi sono di fatto costrette: secondo l’ultima Relazione annuale dell’Ispettorato nazionale del lavoro, nel 2018 il 73% delle dimissioni registrate in Italia sono state di lavoratrici madri. Su un totale di 47410 casi, significa 34609 donne che l’anno scorso hanno rinunciato al loro lavoro.

I motivi sono diversi. Innanzitutto, le difficoltà personali nel dover conciliare la cura dei figli con un’occupazione fuori casa: perché non ci sono nonni o altri familiari che possano dare una mano, perché la baby sitter o l’asilo nido costano troppo o perché i posti al nido non ci sono proprio. Poi ci sono i problemi in azienda: a volte gli orari sono pesanti, ma in altri casi sono le mansioni a essere modificate al rientro dopo il parto, con la conseguente demotivazione della lavoratrice. Infine, sono sempre meno accettate le richieste di part-time o di flessibilità oraria, che invece sarebbero di aiuto per molte mamme, almeno nei primi anni di vita dei figli: ma nel 2018 è stata accolta solo 1 domanda su 5, meno ancora dell’anno prima, quando una donna su 3 aveva ottenuto il part-time o l’orario flessibile.

Eppure, il “Testo unico a tutela della maternità e paternità” stabilisce con precisione i diritti delle mamme lavoratrici:

  • non possono essere licenziate per tutta la durata della gravidanza e fino a un anno di età del figlio (tranne i casi di colpa grave della lavoratrici, di cessazione di attività dell’azienda o di scadenza del rapporto di lavoro);
  • non possono essere discriminate dal datore di lavoro per quanto riguarda le mansioni o qualifiche, l’aggiornamento e la formazione, la retribuzione e la carriera;
  • non possono lavorare in orario notturno, anche in questo caso dall’inizio della gravidanza e per tutto il primo anno di vita del figlio;
  • hanno diritto ad assentarsi dal lavoro, con permessi retribuiti, per esami clinici prenatali e visite mediche specialistiche;
  • hanno diritto a due ore al giorno di astensione dal lavoro, nel primo anno di vita del figlio, per l’allattamento, ma anche per altre necessità.

Conciliare vita familiare e lavorativa è un diritto che il datore di lavoro ha il dovere di garantire, come ha stabilito una recente sentenza del Tribunale del lavoro di Firenze. La sentenza, nel condannare per discriminazione collettiva l’Ispettorato del lavoro del capoluogo toscano, che aveva violato il diritto alla flessibilità oraria di 83 dipendenti e genitori, ha stabilito un importante precedente nel riconoscere il diritto alla conciliazione vita-lavoro. Su questo tema l’Unione Europea ha approvato nell’aprile scorso una direttiva che punta proprio a migliorare le condizioni delle madri e dei padri che lavorano, promuovendo la parità di genere e le opportunità professionali per le donne e stabilendo inoltre il congedo minimo di paternità, che dovrà essere legge in tutti gli Stati membri entro i prossimi tre anni.

Sei mai stata discriminata sul luogo di lavoro perché mamma? Conosci situazioni di diritti negati o, al contrario, storie positive di madri lavoratrici? Raccontacele nei commenti oppure condividile nella nostra comunità Mamme Attive.


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