Mamme e campionesse: il sostegno alla maternità delle atlete e le italiane-simbolo

Eleonora Lo Bianco, ex pallavolista azzurra, è diventata mamma di Emma a settembre, pochi mesi dopo aver annunciato il suo ritiro dall’attività agonistica. Ma è ancora in campo, metaforicamente, al fianco delle atlete che non vogliono dover scegliere tra sport e figli: Eleonora, infatti, è la testimonial del Fondo di sostegno alla maternità delle atlete, che di recente è stato aumentato a un milione di euro. In pratica, come annunciato alla fine di ottobre, le sportive professioniste potranno avere un contributo di mille euro al mese per dieci mesi nel periodo della maternità.

“Questo Fondo è una cosa monumentale per noi, perché le donne in Italia quando fanno sport hanno un problema gigantesco”, ha commentato Luisa Rizzitelli, presidente di Assist, l’Associazione Nazionale Atlete, che da anni si batte perché venga riconosciuto il professionismo femminile. Nello sport italiano, infatti, la parità tra uomini e donne è ancora lontana: le atlete non possono essere professioniste. Solo gli uomini e solo in quattro discipline (calcio, pallacanestro, ciclismo su strada e golf) sono riconosciuti come sportivi professionisti e hanno quindi le tutele dei lavoratori, mentre le donne, anche quelle che hanno vinto titoli mondiali e medaglie olimpiche, rimangono “dilettanti”. Le atlete “professioniste di fatto” non hanno diritti né tutele, non ricevono contributi previdenziali e non si sa nemmeno quante siano realmente, perché non esistono dati ufficiali.

In attesa del riconoscimento professionale, il fondo per la maternità è comunque un passo avanti: “La cosa più importante è abbattere lo stereotipo secondo cui se si ha un figlio non si può essere atlete di alto livello”, continua la presidente di Assist, “e questo va fatto capire anche alle Federazioni e alle Leghe, affinché a loro volta spieghino alle loro atlete che possono approfittare del Fondo.”

Gli esempi di campionesse con figli non mancano. “Sono una mamma volante che abbina famiglia, agonismo e il sogno dei Giochi”, afferma con decisione Francesca Dallapé, tuffatrice, che si racconta nell’ebook  del Sole 24 Ore Donne di sport 2019.  Nel 2016 ha vinto l’argento olimpico a Rio nel sincro con Tania Cagnotto, poi entrambe si sono fermate per la maternità: nel maggio 2017 Francesca è diventata mamma di Ludovica e pochi mesi dopo è nata Maya, figlia di Tania. Ma quando guardava le gare in tv, Francesca sentiva ancora la voglia di tornare a competere: “L’idea mi stuzzicava”, racconta, “anche perché voglio dimostrare che si può essere mamme e atlete, con soddisfazioni enormi.” Così convince Tania e nel maggio di quest’anno, agli assoluti di Bolzano, hanno conquistato il secondo posto dietro le giovani Bertocchi-Pellacani, le loro probabili eredi. Ma intanto sono tornate in corsa per la partecipazione alle Olimpiadi di Tokyo 2020.

Nella scherma mondiale, Valentina Vezzali è finora la schermitrice che ha conquistato più medaglie olimpiche, 9 in totale. La nascita dei due figli Pietro e Andrea non l’ha tenuta lontana dalla pedana: nel 2005, a quattro mesi dal primo parto, ha vinto un campionato del mondo e nel 2013 ha aspettato solo 83 giorni dopo la nascita del secondogenito per disputarne e vincerne un altro.

Ma l’esempio forse più storico è quello della canoista Josefa Idem, l’atleta donna con il primato mondiale del numero di Olimpiadi disputate, ben otto consecutive, un palmarès di 38 medaglie e due figli: nel 1996, un anno dopo la nascita di Janek, ha vinto il bronzo olimpico ad Atlanta, un oro quattro anni dopo a Sydney e in mezzo svariati titoli mondiali ed europei; a 40 anni, quando il secondogenito Jonas aveva poco più di un anno, ha conquistato ancora la medaglia d’argento ad Atene 2004, con il bis a Pechino 2008.  E si è ritirata a 48 anni.

“Si può essere mamme e coltivare i sogni”, afferma Francesca Dallapè. Sei d’accordo? Lascia i tuoi commenti qui sotto oppure condividili nella nostra comunità Mamme & Mamme.


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